Luca Carboni e il nuovo album «Pop-Up»: l’intervista integrale
Il cantante bolognese racconta il suo disco, in uscita il 2 ottobre: «Il fisico bestiale è un fatto interiore»

Un titolo che è tutto un programma: si chiama «Pop-Up» il nuovo album di inediti di Luca Carboni, in uscita il 2 ottobre, a quattro anni da «Senza titolo» e a due dal disco di duetti «Fisico & politico». Ce lo racconta il cantante bolognese, che abbiamo raggiunto al telefono durante una breve vacanza con la sua famiglia sull’appennino bolognese, in attesa dell’uscita.

Partiamo dal titolo molto curioso, «Pop-Up». Com’è nato?
«Mi piaceva l’idea di non dare un titolo in italiano. È un gioco che avevo già fatto nel mio secondo album, “Forever”, uscito proprio trent’anni fa. Questo disco tra l’altro nasce dagli stessi stimoli di allora: portare la mia visione di canzone d’autore uscendo dai soliti canoni per entrare in una dimensione più contaminata. Il mio concetto di pop è molto ampio, non c’è solo la “canzonetta” ma anche i Depeche Mode. Volevo ripartire dalle fondamenta della musica che ho amato negli Anni 80 e immaginarla con un sound più contemporaneo».

Tra passato e presente, insomma.
«Esatto, si possono vedere le radici del passato, ma il disco vuole essere anche figlio del suo tempo. L’idea del titolo invece era quella di fare un gioco un po’ ironico, tra il pop musicale e i pop-up, che sono sia le pagine tridimensionali dei libri per bambini che le fastidiose finestre che ti si aprono quando navighi su Internet. Con il titolo volevo allontanarmi dai concetti, sia leggeri che profondi, che si trovano nei testi. Volevo che contenesse il concetto di sorpresa».

Com’è nato il lavoro con Michele Canova, che ha prodotto il disco?
«Ho conosciuto Michele qualche anno fa ma non ci avevo lavorato fino a “Fisico & Politico”, la canzone dove duettavo con Fabri Fibra. Quel progetto poi diventò un album-raccolta con tanti ospiti, ma la scrittura di “Pop-Up” in realtà è partita da lì. Volevo fare un disco tutto di produzione e programmazione, con pochissimi musicisti».

Insomma, un vero disco elettronico.
«Era proprio quello che volevo. Nel 1992 l’album che conteneva “Mare mare” e “Ci vuole un fisico bestiale” nasceva dalla stessa filosofia, quella di raccontare delle storie ma con un sound meno legato alla tradizione della canzone d’autore. Diciamo electro-pop, a volte ironicamente dance e rock, ma sempre vitale ed energetico».

Il tuo singolo è «Luca lo stesso»: ma sei un po’ cambiato in questi anni?
«Io dico che sono “sempre Luca lo stesso” ma come posso dire di essere uguale sotto ogni punto di vista? Ecco, semmai sono “Luca lo stesso” nello spirito con cui affronto la vita e la musica. La mia voglia di cercare, di scoprire, di sognare il futuro sempre come se avessi l’eternità davanti. Poi è chiaro, ci sono cose che cambiano. E non solo fisicamente: 53 anni sono diversi da 23 ma quello che conta di più è l’energia interiore. Quando nel 1992 cantavo ironicamente del “fisico bestiale” in realtà parlavo sempre della gioia, della voglia di vivere».

Un tema conduttore del disco è il potere dell’amore di cambiare il mondo.
«Esattamente. Tutte le canzoni sono legate da quel tema. È un disco di canzoni d’amore, che prende come pretesto questo sentimento per raccontare tante altre cose… ma poi si ritorna sempre lì. Prendi una canzone diversissima da “Luca lo stesso” come “Dio in cosa crede”: la domanda è teologica, ma alla fine ci si chiede se è Dio a credere al nostro amore, quello che viviamo qui in Terra. E “Invincibili”, che chiude l’album, è proprio una canzone sulla forza dell’amore di muovere le cose».

E anche sulla forza delle canzoni d’amore, giusto?
«Certo, alla fine le mie armi sono quelle. Mi piaceva l’idea di citarle esplicitamente: a volte possono sembrare inutili o ripetitive, ma credo ancora nel potere di una bella canzone».

Cosa può fare una canzone oggi?
«Le canzoni ci entrano dentro e ci accendono, aprono delle finestre, ti mettono in discussione. Questo nostro mondo pop per molti è banale e magari non farà la rivoluzione, ma può immettere tanta energia nelle persone, oltre che concetti, pensieri ed emozioni nuove».

Quali sono le ispirazioni musicali da cui è nato questo disco?
«L’album è figlio di due culture diverse: Canova è molto filoamericano e io sono più filoeuropeo. Io amo molto il rock inglese, le band soprattutto, ma nel disco c’è la porta lasciata aperta ai punti di riferimento di Michele, che sono più statunitensi. Credo che sia uscita una bella contaminazione».

È curioso che ci siano coordinate geografiche così precise, tra «Milano» e «Bologna è una regola». Che rapporto hai con queste due città?
«“Bologna è una regola” è figlia di una serie di storie che ho raccontato negli anni, potrebbe quasi essere il proseguimento di “Silvia lo sai” e dei brani in cui ho raccontato anche gli aspetti più duri di questa città. Qual è la regola di Bologna? C’è una magia, certo, ma la spiegazione, come dico nel testo, non l’ho mai trovata. La forza di questa città, quando cerchi razionalmente di spiegarla, ti sfugge sempre».

E Milano invece?
«Milano, dagli Anni 80 in poi, è sempre stata la capitale di tutto per me. Per noi ragazzi bolognesi Milano era una meta, era la città all’avanguardia, dove succedeva di tutto. La canzone non parla solo di lei, ma volevo inserire quest’idea di Milano come punto di riferimento. Mia zia a Bologna aveva una figlia che si era sposata con un milanese: ci sembrava che fosse arrivata, era la nostra America. Bologna è una zona più romantica, poetica, legata all’arte e alla musica, all’università. Milano invece era come New York».

Come mai a un certo punto di «Dieci minuti» dici la frase «Spazio rap»?
«Quando ho scritto il pezzo venivo dall’esperienza del duetto con Fabri Fibra. La mia voce che si sente è un appunto per far capire a Michele Canova che volevo cercare un rapper per fare un duetto. Poi invece l’ho risentita e mi è venuta questa idea: quel pezzo è aperto a chiunque voglia rapparci sopra. È uno spazio aperto al pubblico!».

Pensi che porterai queste canzoni in giro, prossimamente?
«Vorrei preparare un tour molto bello e in sintonia con l’album ma penso che non partiremo prima del prossimo anno».

 

fonte: sorrisi.com – Articolo di Francesco Chignola