FORUM con Luca Carboni presso “Repubblica”
Mercoledì 17 aprile, presso la sede centrale di Roma del quotidiano “LA REPUBBLICA”, si è tenuto uno speciale forum che ha visto la partecipazione di Luca, il quale ha risposto alle domande di pochi fortunatissimi fans. Infatti, coloro che hanno lasciato il loro nominativo alla segreteria del giornale, hanno avuto questa stupenda opportunità. Una piacevolissima “chiacchierata” con Luca, seduti attorno ad un tavolo. Io e Chiara di Caserta eravamo lì. Infatti, oltre al piacere di aver potuto ascoltare Luca e conoscere i suoi pensieri, i suoi progetti, quella di mercoledì è stata una giornata piacevolissima anche perché ho potuto conoscere Chiara, che fino a quel giorno avevo solo sentito tramite e-mail. Bè, ho potuto confermare le mie idee… tutti i fans di Luca sono speciali, hanno quel “qualcosa” che non puoi definire. Finalmente mi trovavo a parlare con una ragazza che “sente” le mie stesse emozioni, “pensa” le mie stesse cose. Luca (accompagnato da Antonello Giorgi) è stato, come sempre, disponibilissimo, nonostante dovesse correre a Bologna.

Un ringraziamento SPECIALE a Cristina Sigismondi e a Marco Antolloni

Mirco, Luca e Chiara

L’articolo uscito sul quotidiano LA REPUBBLICA del 28/04/2002
I progetti, i ricordi, i sogni del cantautore nell’incontro con i lettori del nostro giornale
Luca Carboni: presto farò il mio primo album dal vivo Il desiderio di incidere un disco dal vivo durante un prossimo concerto, il perché del ritorno ai “suoni naturali”, l’amore per la canzone d’autore. Di questo e di molto altro si è parlato nell’incontro fra Luca Carboni e i lettori del nostro giornale. Oltre al cantautore erano presenti al forum Ernesto Assante e Felice Liperi per “Repubblica” e i lettori Michela Ferrari, Valentina Perugini, Cinzia Perugini, Chiara Cenname, Giorgia Vomiero, Stefania Lentini, Mirco Di Marcello, Marco Antolloni, Andrea Pomes.

Repubblica: Nella canzone d’autore Luca Carboni ha giocato un ruolo importante nel rinnovamento dei testi e della musica proprio quando in Italia nei primi anni ’80 la nostra musica era molto indietro rispetto agli altri paesi. Quanto è difficile fare il suo mestiere mantenendo scelte coerenti?
Carboni: La fase di costruzione di un album rimane ancora quella più libera e creativa dove riesco a seguire il mio istinto di artista popolare che comunica facilmente con la gente. Negli anni può invece diventare più difficile muoversi nei percorsi promozionali soprattutto perché la radio ha cambiato i suoi meccanismi di diffusione e la tv non offre alcuna chance alla nuova musica essendo interessata solo all’hit del momento o a infiniti revival.

Michela Ferrari: Nelle sue canzoni è spesso presente Bologna, la sua città, così come De André e Venditti hanno parlato di Genova e Roma. Però questi cantautori avevano motivazioni generazionali per raccontare le loro città, che forse mancano a lei che appartiene alla cosiddetta generation x. Per sottolinearne la smemoratezza, le hanno mai obiettato di cercare questi riferimenti come sindrome del trentenne alla Muccino che ha paura di crescere?
Carboni: Non credo di aver raccontato Bologna, l’ho citata, e tre o quattro volte evocata esplicitamente. Rispetto ad altri autori, come Conte che hanno splendidamente raccontato l’anima di una città, io ho solo riportato frammenti di Bologna che altrimenti sarebbero stati intraducibili, come i tigli di primavera sui viali: ma non ho trovato mai l’ispirazione per raccontare la bolognesità. Mi piace molto il suono della parola Bologna e credo che questa città emani un fascino particolare, che viene avvertito da molti altri artisti.

Mirco Di Marcello: Fra i tanti brani che ha scritto per altri come Paola Turci, Angela Baraldi, gli Stadio, ce n’è uno che le sarebbe piaciuto cantare?
Carboni: No, se mi fosse piaciuta l’avrei tenuta per me. E’ successo in passato con “Fragole buone buone”, che inizialmente avevo scritto per gli Stadio e poi essendomi parsa, giustamente, importante per me, ho deciso di tenerla. Le altre no, anche perché quasi sempre le ho scritte su musiche di altri per cui non le sentivo del tutto mie. Normalmente parto dalla musica per scrivere le canzoni perché già la melodia esprime uno stato d’animo, un’ipotesi di linguaggio e di metrica su cui poi lavoro per il testo. “Piccola maga”, che ho scritto per la Baraldi, era un piccolo esperimento di linguaggio che ora non riprenderei. Quella della Turci era stata ispirata da un testo di Tonino Guerra che mi aveva particolarmente colpito, ma essendo pensata al femminile non aveva senso riproporla.

Cinzia Perugini: Sono passati tre anni dall’ultimo album: mania di perfezionismo o voleva solo prendersi una pausa?
Carboni: In genere ho bisogno di almeno due anni per realizzare un album, in questo caso ne sono serviti tre perché nel frattempo ho avuto un figlio e volevo concentrarmi su di lui. Nel frattempo c’è stata un’antologia (Il tempo dell’amore) con due brani nuovi e un lungo tour. Non è che proprio sia stato con le mani in mano.

Repubblica: A differenza dei suoi “coetanei”, anche negli anni ’80 nelle canzoni ha continuato a parlare di politica e società civile. Come lo spiega?
Carboni: Nel periodo in cui è emersa la mia generazione c’era un forte rifiuto della politica come reazione al mondo dominato dai cantautori impegnati degli anni ’70. Poi, credo non solo per me, al momento di scrivere canzoni è tornata la voglia di esprimere anche le mie idee e le mie convinzioni profonde. Così ho cercato un modo mio personale, intimo, per raccontare anche la realtà senza essere ideologico, magari portando un dubbio dentro una canzone. Mi piace interrogarmi, farmi delle domande, porre dei dubbi più che affermare delle certezze.

Andrea Pomes: Com’è venuta la scelta di utilizzare solo suoni naturali e non elettronici per l’ultimo album, che qualcuno ha giudicato eccessivamente omogeneo?
Carboni: E’ stata una risposta ad un decennio in cui, a partire dall’album Carboni, mi ero cimentato con tutte le possibilità offerte dalla tecnologia del pop internazionale. Ora avevo invece voglia di tornare a un suono più semplice e pulito, riappropriandomi della chitarra che avevo lasciato un po’ da parte negli ultimi anni.

Valentina Perugini: La stella che sta in mezzo al titolo del suo ultimo album è una sorta di logo?
Carboni: Ho scritto “Stellina (dei cantautori)” come omaggio a quei cantautori impegnati a cui un tempo mi ribellavo ma che mi hanno insegnato a cercare la parola giusta all’interno di una canzone e a farla convivere con la musica. A partire da queste riflessioni è nata l’idea di inserire la stella come un piccolo logo di riferimento.

Chiara Cenname: Nel suo ultimo tour ha recuperato “L’autobus di notte”. Come mai la scelta di questo brano del primo repertorio?
Carboni: Mi piace fare un piccolo elenco dei brani vecchi da riarrangiare fra cui poi sceglierne uno da inserire nella scaletta del concerto, solo che mi affeziono e non riesco più a sostituirlo. In più c’è che sono particolarmente affezionato a quella canzone perché mi ricorda la casa dove sono cresciuto e dove l’ho scritta. Comunque, prevedo di inserire altri vecchi brani nel tour estivo perché spero di fare al più presto il mio primo album dal vivo. Anzi stavo pensando che sarebbe bello montare dei tour a tema dedicandone uno ai primi album, poi un altro al secondo periodo e così via.

Repubblica: A proposito dei concerti, non le pare che la pirateria sui dischi, che ha provocato un calo vistosissimo di vendite, stia paradossalmente spingendo verso un miglioramento della qualità dei concerti? Vorrei poi sapere come nascono quelle “trovate sonore” tipo la rullata finale in “Ci vuole un fisico bestiale”. Infine è vero che considera i Rem il suo gruppo rock ideale?
Carboni: Cominciando dai Rem, devo dire che amo molto la loro musica come mix di rock e canzone d’autore, poi li sento vicini perché trovo delle analogie fra la biografia musicale e quella della mia generazione uscita sulla spinta del punk. Un fatto ribadito dallo stesso Michael Stipe (voce e autore dei Rem, ndr) quando ha dichiarato che senza il punk i Rem non avrebbero mai cominciato a suonare. A proposito dei concerti, credo stia venendo fuori a livello inconscio il desiderio di valorizzare l’opera su qualunque supporto venga registrata e questo porta a privilegiare l’opera live. In passato invece il concerto si risolveva in una ricerca eccessiva di spettacolarizzazione, che poco aveva a che fare con l’opera originaria, oppure era semplicemente un modo per fare soldi facili riciclando dal vivo i brani più popolari. Sì, c’è nell’aria l’idea di tornare a preparare i concerti in modo più attento. A proposito delle “trovate sonore”, quella famosa rullata si è decisa dopo ore di discussione in sede di registrazione dell’album come citazione di dance music all’interno di un pezzo melodico.

Giorgia Vomiero: Ci sono canzoni del passato che non riesegue più dal vivo: è perché non ci si riconosce più?
Carboni: No, semplicemente quando si fa un concerto bisogna scegliere e dato che non amo i concerti troppo lunghi, non per risparmiarmi ma perché devono avere un inizio e una fine, scelgo le canzoni che mi emozionano cercando di toccare tutti gli album. Forse, come accennavo prima, per accontentare tutti si dovrà arrivare ad una impostazione come quella della musica classica dove prima di un concerto se ne annuncia in anticipo il programma.

Marco Antolloni: A proposito della promozione della musica, non crede che sia anche responsabilità dei discografici e delle case editrici musicali se le canzoni non riescono ad arrivare in radio?
Carboni: Questa è una difficoltà che in Francia è stata risolta limitando la soglia della programmazione di musica straniera al 50%, ma io non credo però che questa sia la strada, la musica italiana deve farcela per merito della sua qualità come è accaduto finora. L’imposizione non serve, anche perché ricerche fatte in questo campo hanno dato risultati contraddittori. Credo che le maggiori responsabilità non siano delle radio che trasmettono, pur con criteri diversi, molta musica. Il vero problema è la tv che non fa niente per la musica pur utilizzandola moltissimo: nei sottofondi, con gli ospiti, con il pianobar, i giochi. Non potendo vivere senza musica la tv dovrebbe investire a fondo perduto sui giovani artisti con uno spazio che rispetti la musica.
Antolloni: Un fatto che invece non accade con gli stranieri che vengono bellamente imposti, vedi il recente caso di Shakira, senza che la presenza di questi personaggi sia giustificata dalla qualità della loro musica.
Carboni: Col mercato libero è normale che ogni discografico cerchi di imporre i suoi artisti. Però soprattutto la Rai, che è un servizio pubblico, dovrebbe fare qualcosa per aiutare soprattutto i nuovi artisti. Altrimenti accade che un musicista fatica per fare un disco, poi una volta inciso il disco è morto perché non si riesce a promuoverlo. Bisognerebbe tornare a programmi come Doc che aiutavano veramente la musica presentando le nuove proposte e gli artisti affermati, ed essendo attrezzato tecnicamente poteva anche proporre musica dal vivo. Questo tipo di programmi sono stati soppressi perché non davano risultati diretti di audience, invece questo è un tipo di servizio che la Rai dovrebbe essere obbligata a offrire.

@ARTondo:(a cura di Felice Liper
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