Intervista realizzata da Il Resto del Carlino a Luca Carboni che racconta come Lucio Dalla lo abbia lanciato.


Bologna, 8 marzo 2012 – Sono le stesse anime attente che oggi storcono il naso assistendo alla tecno-avanzata di XFactor a sciogliere i ricordi, pronte ad ascoltare ‘Farfallina’ e ‘Mare Mare’, tra le hit più tradotte e amate nel mondo. Luca Carboni lo sa, perché se la tentazione di confondersi tra i cinquantenni d’Italia «nascosti tra un aperitivo e la solitudine» a volte è forte, non rinuncia nemmeno a sentirsi «un aliante lanciato nei cieli del terzo millennio».

«E a lanciarmi fu Dalla, dal beat in poi, un artista che ha segnato in modo indelebile il nostro tempo», ha sottolineato con forza agli amici. Al poeta stradaiolo che riempiva storie picaresche di melodie stralunate, tra sanguigne incursioni nel jazz e lirici abbandoni, stasera Carboni con la sua band dedica dalle 21.30 al Numa l’ultimo album, ‘Senza titolo’. Una data sganciata dal tour, ma che sottintende un’adesione sensoriale ed emotiva unica.

Dalla non c’è più, ma i ricordi hanno un battito forte. Partiamo dal giorno del vostro primo incontro.
«E’ una storia conosciuta, ma che rivivo con tenerezza soprattutto adesso. La prima volta che ci vedemmo ufficialmente fu da ‘Vito’, una sera dell’81. Gli diedi una busta con dentro i testi e il mio numero di telefono. L’aprì, diede una scorsa ai fogli e senza aprir bocca la passò agli Stadio che banchettavano con lui. Il giorno dopo ero a lavorare come autore con Curreri e la band».
Chissà i trucchi del mestiere che le avrà svelato…
«Più d’uno, ma il consiglio davvero speciale è stato di non separarmi mai da un notes su cui segnare le cose che mi colpivano al momento. Qualunque cosa scrivessi sentivo il bisogno di verificarla subito con lui, traendone energia, perché mostrava d’apprezzarla. Non ha mai smesso di incoraggiarmi».
Che Carboni sarebbe stato senza Dalla?
«Un autore, non un cantautore. A lui devo gran parte della mia storia musicale, la realizzazione dei miei sogni, perché ha saputo stimolare la mia tensione narrativa. Quando ho saputo della tragedia ho vissuto attimi di spaesamento: era calato definitivamente il sipario, eppure mi sembrava impossibile non rivederlo più».
Anche lei, come Lucio, in qualche modo ha promosso l’immagine di Bologna con le canzoni.
«Credo di aver riprodotto in piccolo il suo prodigio: in molti si iscrissero all’Alma Mater dopo aver scoperto i miei dischi. Il successo delle mie canzoni è legato all’originalità di linguaggio del mio essere bolognese».
Non si riserva neppure una critica alla città che racconta?
«E’ innegabile che abbia un po’ smarrito quell’aura da piccola Parigi aperta alla musica come New Orleans negli anni in cui da noi nacquero gli Skiantos e in Inghilterra il movimento punk. Ma è tempo di guardare questa città con gli occhi di chi ha vent’anni: anche oggi puoi incrociare tanti giovani che vengono qui a studiare perché ne restano sedotti. Bologna continua ad essere vissuta come la città dei cantautori, anche se il più grande di tutti ci ha lasciato».

Gian Aldo Traversi

Il Resto del Carlino